Oltre 66'000. 
Tanti sono i libri in lingua italiana pubblicati nel 2017. Numeri analoghi nel 2016 e nel 2015.Un mare di titoli in cui tuffarsi con piacere.
Ma la scelta è spesso ardua: come orientarsi in questo vasto orizzonte?
I librai sono grandi lettori e dedicano molto del loro (poco) tempo libero alla lettura.
Abbiamo allora pensato di mettere a disposizione anche online il parere di una di noi sulle sue letture della settimana: potrebbe venire utile come segnalazione o suggerimento.
Le recensioni saranno a volte di libri nuovi o nuovissimi, altre di testi classici o di qualche tempo fa, a volte saranno di romanzi, altre di racconti, altre ancora di saggi.

Recensioni

 Aggiornato il 22.01.2019

 

Nadia Terranova, Addio fantasmi, Einaudi, 2018
 
Fare i conti con la propria infanzia e la propria famiglia di origine, vere o immaginate che siano, è un tema molto frequentato in letteratura e dunque chi lo affronta corre il rischio di dar corpo a un’ennesima variazione. Ebbene, la Terranova schiva questo pericolo senza difficoltà. All’inizio è stata soprattutto la scrittura a colpirmi: elegante, accurata, penetrante nella sua ricchezza espressiva, tesa a cogliere fino in fondo la vita delle emozioni e delle relazioni affettive. Presto però il romanzo dispiega un’intelligenza ben più ampia.
 
Al centro della vicenda c’è una donna di 36 anni. Il suo nome, Ida, lo scopriremo molto più in là, al culmine di un vero e proprio processo di svelamento. La madre le chiede un aiuto nell’organizzare la ristrutturazione della casa che ha deciso di mettere in vendita. Vuole che venga a scegliere gli oggetti da tenere e quelli da gettare. L’invito giunge in un momento in cui la vita di coppia di Ida è in stasi e si fa chiaro che l’amore si è tramutato in un affetto privo di passione. Così Ida torna a Messina, nella casa di famiglia in cui ha vissuto fino a 20 anni, quando l’ha definitivamente lasciata per iniziare una nuova vita, la vita adulta, a Roma, dove ora ha lavoro e marito. 
Questa casa attorno a cui tutto ruota è, prima ancora che un luogo fisico, un luogo psichico e i lavori di sistemazione che urgono sono gli stessi di cui ha bisogno l’anima della protagonista. La casa è il luogo simbolo dei vissuti primari e familiari. È appartenenza e contenimento, sicurezza e intimità, è custode dei ricordi, ma anche di silenzi, segreti, paure profonde e solitudini. Da qui Ida è partita sperando di non tornare più, ma ora questo luogo reclama il suo ritorno.
Perché è da questa casa che suo padre, gravemente depresso, si è allontanato quando lei aveva 13 anni, senza salutare e senza mai più dare notizie.
 
A questa sconvolgente scomparsa, madre e figlia hanno reagito in modo altrettanto sconvolgente: con il silenzio. Troppo il dolore causato dall’abbandono, il rimorso per non averlo saputo aiutare e trattenere, troppa la rabbia. È stato un danno che loro non hanno saputo riparare, perciò hanno fatto sempre finta di niente, come se non fosse mai avvenuto. Così il passato non è passato davvero e si è trasformato in un ingombrante, eterno presente; e il padre per loro non è vivo e non è morto, non vivrà più e non morirà mai.
I sentimenti, gli atti e le parole che impregnano la casa sono diventati tutti sintomi di un malessere inespresso, di un non-detto essenziale. Poiché “ciò che non può estendersi si inabissa senza fine”, la casa si è tramutata nella culla del rimosso.
Il testo è disseminato da riferimenti psicologici e frequenti sono le incursioni dei sogni, ma non c’è un solo punto in cui questo bel romanzo si appesantisca o diventi didascalico o troppo ricercato.
 
Ritirandosi in questa casa-psiche, Ida dà finalmente avvio a un lavoro su di sè scandito nelle tre parti di cui il libro si compone, altrettante tappe di un confronto finalmente esplicito con l’assenza del padre e le sue conseguenze. Che sollievo quando Ida riesce a rompere l’accordo tacitamente stipulato con la madre di non parlare mai di lui e ne pronuncia il nome! Solo dopo questo atto sarà in grado di dire davvero anche il proprio. La vedremo passare attraverso la messa in questione della fisicità (per superare la convinzione che “se succede al corpo non vale, se succede al corpo non è successo davvero”), quindi della sessualità e della maternità, entrare in una relazione nuova con la madre e, infine, uscire dal bozzolo del proprio dolore. Una trasformazione che apre l’anima all’ascolto dell’altro e alla scoperta che forse “non esiste la felicità, ma esistono momenti felici”.


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