Oltre 66'000. 
Tanti sono i libri in lingua italiana pubblicati nel 2017. Numeri analoghi nel 2016 e nel 2015.Un mare di titoli in cui tuffarsi con piacere.
Ma la scelta è spesso ardua: come orientarsi in questo vasto orizzonte?
I librai sono grandi lettori e dedicano molto del loro (poco) tempo libero alla lettura.
Abbiamo allora pensato di mettere a disposizione anche online il parere di una di noi sulle sue letture della settimana: potrebbe venire utile come segnalazione o suggerimento.
Le recensioni saranno a volte di libri nuovi o nuovissimi, altre di testi classici o di qualche tempo fa, a volte saranno di romanzi, altre di racconti, altre ancora di saggi.

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Yasmina Reza, Serge, Adelphi, 2022

Un romanzo brillante, intelligente, ricco di contenuti. Ritroviamo qui i tratti più caratteristici dell’opera della drammaturga e scrittrice francese Reza: la conduzione impeccabile dei dialoghi, l’ironia graffiante, l’abilità nel ritrarre il carattere dei suoi personaggi, così fragili e arroganti, pretenziosi e imperfetti, involontariamente comici, la capacità unica nel mettere a fuoco le dinamiche delle interazioni sociali, cogliendo l’attimo in cui il guscio di decoro e buone maniere viene infranto dal prorompere dell’aggressività, della rabbia e dell’egoismo, normalmente tenuti a freno.
Abbiamo qui una tragicommedia che si regge sull’equilibrio tra irrisione, malinconia e tenerezza. Lo sguardo è intriso di affetto e di partecipazione indulgente alle vicende dei protagonisti, sui quali vediamo incombere la solitudine, il terrore del fallimento, l’angoscia della morte, la vecchiaia che lascia senza forze e costringe a interrogarsi sul senso della vita. Lo sbigottimento di fronte allo scorrere veloce, troppo veloce, del tempo è uno dei grandi temi del romanzo: “Sai che la vecchiaia arriva da un giorno all’altro? Da un giorno all’altro. Un giorno ti svegli e non riesci più a rimetterti in sesto, la vecchiaia ti salta alla gola…”. Molti sono gli stratagemmi per soffocare la disperazione e i rimpianti. La lucidità spaventa; ce lo mostra la storia del cugino Maurice, che si è sempre goduto la vita e ora, a 99 anni, si ritrova inchiodato a un letto, inebetito dal chiacchiericcio delle ex mogli che si occupano di lui e dagli champagnini con cui coprono la paura della morte.
 
Al centro del racconto ci sono tre fratelli, i “tre ragazzi Popper”, che ragazzi non sono più da un pezzo e viaggiano ormai sulla sessantina. A guidarci nel dedalo delle relazioni tra di loro e con i rispettivi compagni e figli è Jean, il fratello di mezzo, a cui è affidata la voce narrante. Jean ha scelto una condotta improntata alla quieta passività e ha sempre evitato di mettersi in gioco; così facendo, spera di restare al riparo dagli scossoni, invece è afflitto dal senso di solitudine e da una vaga infelicità. All’opposto, il fratello maggiore, Serge, che dà il titolo al romanzo, sembra non stare mai fermo, sebbene non concluda granché e tenda a mettersi nei guai. Serge è sbruffone, egocentrico, permaloso, pronto a umiliare gli altri, pieno di sé e al contempo superstizioso e scaramantico, a dimostrazione di quanto in realtà dubiti delle sue capacità. Infine c’è Anna, detta Nana, che ha trovato riparo nel lavoro con gli emarginati e in relazioni emotive stabili. Jean ha sempre seguito Serge facendo comunella con lui, spesso a scapito di Nana, che era la cocca dei genitori. L’impronta indelebile che l’infanzia e le dinamiche familiari lasciano lungo tutto il corso della vita adulta è un altro tema cruciale; ancora una volta, l’analisi è acuta e a tratti spiritosa.
 
Dopo la morte dell’anziana madre dei tre fratelli, la figlia di Serge propone di andare ad Auschwitz. È convinta che questo pellegrinaggio nel luogo in cui sono morti alcuni lontani parenti rinsalderà i legami familiari e che tornare alle origini ebree dei Popper creerà una nuova identità comune. Invece il viaggio farà esplodere i conflitti latenti.
La visita ad Auschwitz, evento centrale del romanzo, è una prova di bravura. Con arguzia e senza mai mancare di rispetto, Reza mostra come il lager abbia finito per trasformarsi in un lunapark a tema tragico travolto dal turismo di massa, con folle di visitatori sciatti che sgomitano e ostentano espressioni costernate mentre si scattano selfie. In questa scenografia inautentica, in cui neppure il clima è più quello che era una volta, l’esperienza del dolore si trasforma inevitabilmente in un’esibizione che non fa presa perché non ha appigli diretti nei vissuti dei visitatori. Se questi ultimi non sanno rispondere e comportarsi in modo adeguato non è solo per la loro frivola superficialità; il punto è che non basta guardare la nuda realtà per capirla, viverla, farla propria: “per tre minuti ti senti migliore, ma quando tornerai al sole, alla macchina, che cosa ti ricorderai? E se anche ti ricordassi?” E ancora: “Ricordati. Ma perché? Per non rifarlo? Ma lo rifarai. Un sapere che non è intimamente in relazione con sé è vano. Non ci si deve aspettare niente dalla memoria”. La visita ad Auschwitz è dunque occasione per interrogarsi sul senso della memoria storica e sulla possibilità di trasmetterla; e mi sembra che la via per comprendere fino in fondo i vissuti altrui sia inviduata nella rielaborazione artistica: “Il reale necessita di interpretazione per restare reale”. Una sola immagine allegorica, una sola parola espressiva può trasmettere l’esperienza di disperazione e desolazione di questo luogo molto meglio di quanto possa fare il luogo stesso.
 
Mentre i Popper si muovono sulla scena di una tragedia collettiva che non li tocca direttamente, si consuma il loro piccolo dramma familiare. Disprezzo, risentimento e irritazione compromettono i rapporti, le distanze si accentuano e ciò che Jean porta con sé dal viaggio non è l’insegnamento che proviene dal destino di innumerevoli vittime che non ha mai conosciuto, bensì l’esperienza viva del corpo invecchiato dei fratelli e della solitudine di tutti loro, in cammino ognuno per conto proprio lungo i binari della disperazione.
Ma non tutto è perduto: i Popper cercano modi per tenersi a galla, hanno il terrore di fallire e continuano imperterriti nei loro errori, litigano e cercano di imporsi, offendono e trovano patetici gli altri, eppure, alla fine restano legati e quando finalmente depongono le armi possono ritrovare vicinanza, affetto e intimità.

Francesca