Oltre 66'000. 
Tanti sono i libri in lingua italiana pubblicati nel 2017. Numeri analoghi nel 2016 e nel 2015.Un mare di titoli in cui tuffarsi con piacere.
Ma la scelta è spesso ardua: come orientarsi in questo vasto orizzonte?
I librai sono grandi lettori e dedicano molto del loro (poco) tempo libero alla lettura.
Abbiamo allora pensato di mettere a disposizione anche online il parere di una di noi sulle sue letture della settimana: potrebbe venire utile come segnalazione o suggerimento.
Le recensioni saranno a volte di libri nuovi o nuovissimi, altre di testi classici o di qualche tempo fa, a volte saranno di romanzi, altre di racconti, altre ancora di saggi.

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Davide Longo, Una rabbia semplice, Einaudi, 2021

Introdotto dalle parole di elogio di Alessandro Baricco, Una rabbia semplice è il terzo romanzo giallo di Davide Longo, una novità appena pubblicata dalla casa editrice Einaudi, che contemporaneamente ha riproposto i due libri precedenti, già usciti per Feltrinelli, Il caso Bramard (del 2014) e Le bestie giovani (apparso nel 2018 con il titolo Così giocano le bestie giovani).

Nella variegata costellazione del genere giallo, il romanzo di Longo si situa nel filone in cui l’inchiesta poliziesca è al servizio dell’indagine sociale e in cui la figura del protagonista, qui il commissario Vincenzo Arcadipane, campeggia sovrana. A dare dunque sostanza al romanzo non è tanto il meccanismo investigativo volto a scoprire il colpevole, quanto piuttosto la visione della società in cui l’omicidio si compie. Una società sana solo in apparenza, perché in realtà gli individui hanno smarrito ogni punto di riferimento morale e il nichilismo ha preso il comando, alimentando una violenza insensata, che cresce sotterranea e in silenzio e si manifesta all’improvviso.

Questo gioco tra apparenza e realtà, tra evento di superficie e profondità, quindi la visione del delitto come epifenomeno di un malessere diffuso, dalla morfologia complessa, non immediatamente identificabile è a mio avviso il punto di forza del romanzo, il suo aspetto più riuscito. Significativa, in questo senso, l’immagine dei buchi del terreno che da qualche tempo a questa parte si notano in Siberia e che, indecifrabili se guardati singolarmente, si spiegano solo come l’effetto dello scioglimento del permafrost, a sua volta dovuto al surriscaldamento climatico, ovvero come manifestazioni di un cambiamento generale, sistemico, radicale.

Il buco, nel nostro caso, è l’aggressione di una passante scelta a caso, una badante colombiana picchiata senza motivo a un’uscita della metropolitana mentre si stava recando al lavoro. Le telecamere permettono di identificare un ragazzo di periferia, figlio della povertà e della noncuranza. Le prove sono inconfutabili, ma l’istinto e lo spirito d’osservazione di Arcadipane lo portano a notare piccole incongruenze, fessure quasi impercettibili che incrinano la solidità del caso.

Per dare concretezza ai suoi sospetti, chiede allora aiuto al vecchio amico e capo Corso Bramard e alla collega Isa Mancini. I laconici suggerimenti di Bramard e la competenza informatica della brusca Mancini gli aprono nuove piste e gli permettono di conoscere Luigi Normandia, ex-poliziotto costretto al congedo per via dei suoi comportamenti stravaganti e della sua ostinazione nel proseguire indagini già chiuse. Normandia è ossessionato dal bisogno di scagionare chi è stato ingiustamente accusato e, nonostante i toni da profeta e i comportamenti morbosi, si rivela fondamentale per scoprire lo sfondo sconcertante del caso della metropolitana.

Bravo a fare emergere le inquietudini del nostro tempo e a costruire le svolte della storia, che procede con ritmo pacato ma conosce diversi colpi di scena, Longo riesce bene anche nella resa del protagonista, Arcadipane. Tuttavia, la sua vita privata è contorno fin troppo sostanzioso della trama gialla vera e propria. Cinquantacinque anni, di origini meridonali, arrivato da piccolo a Torino, città che conosce come le sue tasche e che ha visto cambiare, Arcadipane è tozzo nel corpo e sofferente nell’animo, abile nella sua professione ma in difficoltà sul piano emotivo e per questo afflitto da problemi di stomaco a cui porta lenimento succhiando chili di caramelle alla liquirizia. Arcadipane non sa confidarsi, lasciarsi andare, non sa curare i rapporti con le persone che pure ama: l’ex moglie, i due figli ventenni, l’amico Corso. Questa figura di commissario che trascura se stesso ma non tralascia nessun dettaglio dei casi di cui si occupa, che vive estraniato da tutto ciò che non è lavoro, umano, intuitivo e poco tecnologico non è forse originale, ma è del tutto convincente.

Meno riusciti sono i personaggi di contorno: troppo comuni o troppo poco comuni, troppo caratterizzati - e spesso seguendo vie già percorse da altri autori. Alcuni presentano bizzarrie troppo accentuate, a cominciare da Normandia e dalla bislacca psicologa che segue Arcadipane, detta “la psicopazza”. E poi c’è Trepet, il piccolo cane con tre sole zampe che arranca di malavoglia dietro al suo padrone con la stessa aria grigia e pesante, affettuoso con tutti tranne che con lui.

Espressiva la scrittura, anche se la volgarità del linguaggio può disturbare e non è sempre necessaria.

Francesca