Oltre 66'000. 
Tanti sono i libri in lingua italiana pubblicati nel 2017. Numeri analoghi nel 2016 e nel 2015.Un mare di titoli in cui tuffarsi con piacere.
Ma la scelta è spesso ardua: come orientarsi in questo vasto orizzonte?
I librai sono grandi lettori e dedicano molto del loro (poco) tempo libero alla lettura.
Abbiamo allora pensato di mettere a disposizione anche online il parere di una di noi sulle sue letture della settimana: potrebbe venire utile come segnalazione o suggerimento.
Le recensioni saranno a volte di libri nuovi o nuovissimi, altre di testi classici o di qualche tempo fa, a volte saranno di romanzi, altre di racconti, altre ancora di saggi.

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Elizabeth Strout, Olive, ancora lei, Einaudi, 2020

Nel 2009 Olive Kitteridge era valso alla scrittrice americana Strout il Premio Pulitzer per la narrativa. Da alcuni giorni, i numerosissimi lettori che, come me, erano rimasti conquistati dalla personalità di Olive, dalla sua intelligenza lucida, dalla sua franchezza al limite della maleducazione, dalla sua rabbia a tratti incontenibile, hanno la possibilità di ritrovarla, più anziana, più riflessiva, ammorbidita dall’età, ma sempre osservatrice critica e a tratti pungente degli altri e di se stessa.

Non c’è alcun bisogno di aver letto il precedente romanzo per appassionarsi a questo - d’altronde sono passati 10 anni e il ricordo non sarebbe comunque più fresco per nessuno. E va detto che in realtà non è solo Olive a ritornare: insieme a lei, fanno la loro ricomparsa alcuni di coloro che sono stati protagonisti di altre opere della Strout, dai tre fratelli de I ragazzi Burgess alla signora Isabelle con la figlia Amy dell’omonimo romanzo. Sono tutti invecchiati, tutti alle prese con ciò che nelle loro vite è rimasto in sospeso e alla ricerca di un nuovo, seppur fragile, equilibrio.

Ritorna dunque la protagonista, che ormai ha superato i settant’anni (e ora la seguiamo per tutta la vecchiaia), ritorna l’ambientazione, quella cittadina di Crosby, nel Maine, in cui Olive ha vissuto sin da giovane e ha insegnato matematica alle scuole medie e di cui conosce quasi ogni abitante, e ritorna la struttura che aveva caratterizzato Olive Kitteridge: un romanzo costituito da un aggregato di racconti, in ciascuno dei quali Olive compare ora come protagonista, ora come figura collaterale, parte in causa, osservatrice o semplice comparsa. Sono storie che vivono in autonomia, eppure sono tutte attraversate da un unico filo. Essenzialmente, nel loro ritrarre momenti del quotidiano, si offrono come sfaccettature diverse di una stessa umanità che conosce il dolore, la solitudine, l’infelicità, l’inadeguatezza alle aspettative, che subisce le conseguenze degli errori propri o altrui.

La Strout è a mio avviso una finissima osservatrice delle dinamiche psicologiche e familiari e sa cogliere i nodi cruciali delle relazioni tra genitori e figli, mogli e mariti, fratelli e sorelle. Le sue figure sono sempre fragili, anche quando hanno l’irruenza di Olive, e sono segnate da un passato ingombrante, pesante, se non addirittura tragico.

Ma qui ho trovato qualcosa che in Olive Kitteridge era presente in una forma molto più embrionale: i molti personaggi che popolano questi racconti hanno sviluppato una grande sensibilità e una grande capacità di capire. La Strout non perde la vis polemica e non abbandona il realismo psicologico, certi suoi ritratti sono duri, se non direttamente sgradevoli e in questo libro troviamo ancora l’insofferenza e la disperazione, l’impressione di avere sprecato la vita, la delusione, la rabbia per le occasioni perdute. Ci sono incomprensioni e parole non dette che distorcono i rapporti, c’è la pesantezza del diventare vecchi, con tutto il suo carico di malanni fisici, perdita di controllo e isolamento. Ma ci sono anche momenti di grande tenerezza e compassione, ci sono ricordi che portano ondate di amore e lampi di consapevolezza che mitigano la tristezza, la malinconia e il disagio. C’è una maggiore profondità nello sguardo: “E capì che non bisognava mai prenderla alla leggera, la profonda solitudine della gente, che le scelte fatte per arginare quella voragine di buio esigevano molto rispetto”.

La maturità in termini di anni significa fare i conti con ciò che si è stati e si è diventati, ma si traduce anche nella comprensione delle debolezze umane e nella conquista di un modo per venire a patti con la propria vita. Non è condiscendenza, è la visione che comunque un senso c’è stato, che c’è stato comunque del buono. La solitudine dei personaggi è mitigata dai momenti di incontro, l’antipatia reciproca può anche sciogliersi, anche se non subito e non fino in fondo: “seduta in macchina nell’area di sosta all’imbocco dell’autostrada, … restò lì per un po’, a riflettere sulla loro conversazione. Pensò che non l’avrebbe mai dimenticata, era come se qualcuno avesse mandato in frantumi delle immense finestre sopra di lei … e adesso, intorno e sopra di lei, si spalancava il mondo in tutta la sua grandezza, di nuovo disponibile, proprio lì, a portata di mano”.

La luce, onnipresente nelle descrizioni del paesaggio, non è solo quella naturale, ma è un’apertura che lascia intravedere, pur nella disperazione, una luce di speranza, se non addirittura uno sprazzo di felicità.

Francesca