Oltre 66'000. 
Tanti sono i libri in lingua italiana pubblicati nel 2017. Numeri analoghi nel 2016 e nel 2015.Un mare di titoli in cui tuffarsi con piacere.
Ma la scelta è spesso ardua: come orientarsi in questo vasto orizzonte?
I librai sono grandi lettori e dedicano molto del loro (poco) tempo libero alla lettura.
Abbiamo allora pensato di mettere a disposizione anche online il parere di una di noi sulle sue letture della settimana: potrebbe venire utile come segnalazione o suggerimento.
Le recensioni saranno a volte di libri nuovi o nuovissimi, altre di testi classici o di qualche tempo fa, a volte saranno di romanzi, altre di racconti, altre ancora di saggi.

 


Vivek Shanbhag, Ghachar Ghochar, Neri Pozza, 2018
 
Ghachar ghochar è un modo di dire per indicare un grande garbuglio. È un’espressione inventata, una di quelle che nascono dalla fantasia dei bambini ed entrano a pieno titolo nel lessico familiare, ossia in quegli usi comunicativi che appartengono a un solo nucleo familiare e che contribuiscono a formare il senso di appartenenza, a contrassegnare la sua unicità.
Ma non c’è intimità e non c’è calore nella famiglia indiana al centro di questo breve romanzo. A caratterizzarla è piuttosto il groviglio emotivo che coinvolge i suoi membri, sei e tutti adulti, che abitano sotto lo stesso tetto, in una convivenza accettata per mera comodità. Le loro vicende ci vengono raccontate in prima persona da uno di loro, la figura maschile che si trova al centro dei legami parentali. Oltre a lui, nella casa di Bangalore ci sono i genitori, Appa e Amma, la sorella Malati, la moglie Anita e lo zio paterno Chikkappa, a cui si devono le cospicue entrate economiche.
Infatti, dopo che Appa ha perso il lavoro, a causa di una di quelle esternalizzazioni che tanto hanno trasformato l’ambiente economico ovunque nel mondo, l’operoso Chikkappa ha avviato un’impresa basata su un’idea semplice ma redditizia e sul capitale iniziale offerto dal fondo pensione del fratello.
L’azienda prospera velocemente e la famiglia si trova proiettata da un giorno all’altro nel benessere. Lascia il piccolo e misero appartamento in un quartiere sovraffollato, “un’infilata di quattro stanzette, come gli scompartimenti di un treno”, per trasferirsi in una grande casa su più piani, in cui ognuno ha finalmente la sua camera. Ma lo spazio di cui ora ognuno gode significa la fine delle confidenze e della coesione. I soldi da spendere senza limiti inebriano le donne di casa, alterano il rapporto con le cose e fanno saltare gli equilibri psichici e relazionali. Le entrate, improvvisamente abbondanti e garantite, rendono inutile la condivisione e aprono la strada alla disarmonia.
“È vero quello che si dice: non siamo noi che controlliamo il denaro, è il denaro che ci controlla”: la nuova disponibilità finanziaria smantella quell’”insieme interdipendente” che era prima la famiglia e la trasforma in una fortezza arroccata attorno allo zio, al quale va garantito ogni privilegio affinché si dedichi unicamente al lavoro e ogni attenzione perché non gli venga in mente di sposarsi. Sebbene abiti ancora insieme, la famiglia in realtà si è disgregata, gli uomini vivono per conto loro, le donne covano rancori, ingaggiano conflitti, si scambiano battute taglienti. Le piccole cattiverie sono all’ordine del giorno, le alleanze sono fugaci, finalizzate alla difesa del patrimonio dai nemici, siano essi eserciti di formiche o donne estranee troppo affettuose. Un terreno comune a dire il vero c’è ancora, ma è dato più dai soldi condivisi e da ciò che deve essere taciuto, che da un lessico familiare.
 
Vittima del cambiamento non è solo la famiglia nel suo insieme, ma anche ogni singolo componente. Questo appare chiaro soprattutto con le tre donne protagoniste, le cui figure restano particolarmente impresse. Lo vediamo con Malati, la sorella, lasciata in balia della propria arroganza e aggressività; lo vediamo con la madre, Amma, che detiene il potere casalingo e lo riafferma con crudeltà gratuite; con la moglie Anita, una minaccia da neutralizzare; ma lo vediamo anche con il narratore, che abbandona ogni sogno e ogni progetto per trasformarsi in un uomo passivo e privo di polso, che sacrifica sogni, progetti e indipendenza sull’altare del benessere.
 
È bello questo romanzo. Un piccolo gioiello di un centinaio di pagine che colpisce sin dall’inizio per lo stile: scorrevole, sobrio, misurato nel dosare gli ingredienti, tutti ugualmente necessari. Non ci sono momenti descrittivi, eppure la scrittura offre una resa quasi visiva delle scene. Non c’è introspezione né un narratore onnisciente, ma gli stati d’animo di ciascuno, i sentimenti e le tensioni emergono con forza. Non ci sono grandi drammi e toni da tragedia, ma piccole scene significative e dinamiche quotidiane altamente espressive. Lo sguardo non è puntato su vicende cruciali, su momenti davvero nodali, ma sulle conseguenze che essi provocano nel microcosmo familiare, parte di un insieme sociale più vasto che intuiamo ugualmente sconvolto e disorientato.
 
Per concludere, una piccola curiosità: la riuscita traduzione italiana è stata condotta non sulla versione originale, bensì su quella inglese.
Da questa settimana mi prendo una pausa. Tornerò a sottoporvi le mie proposte dopo la metà di agosto. Nel frattempo, vi auguro un’estate bella e ricca di letture.

Francesca