Oltre 66'000. 
Tanti sono i libri in lingua italiana pubblicati nel 2017. Numeri analoghi nel 2016 e nel 2015.Un mare di titoli in cui tuffarsi con piacere.
Ma la scelta è spesso ardua: come orientarsi in questo vasto orizzonte?
I librai sono grandi lettori e dedicano molto del loro (poco) tempo libero alla lettura.
Abbiamo allora pensato di mettere a disposizione anche online il parere di una di noi sulle sue letture della settimana: potrebbe venire utile come segnalazione o suggerimento.
Le recensioni saranno a volte di libri nuovi o nuovissimi, altre di testi classici o di qualche tempo fa, a volte saranno di romanzi, altre di racconti, altre ancora di saggi.

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Michele Mari, Le maestose rovine di Sferopoli, Einaudi, 2021
 
Scrittura elegantissima, perfetta padronanza di lessico e sintassi, utilizzo impeccabile di registri diversi, erudizione, un’ironia sottile, sagace, a tratti tinta di nero sono le caratteristiche più evidenti di questa raccolta di racconti, composti nell’arco di molti anni, alcuni già pubblicati in libri o riviste, altri inediti. Sono racconti spesso brevi, del tutto slegati tra loro e accomunati essenzialmente dalla libertà di invenzione, dal tono divertito e dal ricorrere di un elemento fantastico, declinato in forme diverse. Mari irretisce il lettore nella sua creazione di mondi immaginari in cui i piani di realtà scivolano l’uno nell’altro: il sogno si insinua nella veglia, il creatore finisce schiavo della sua creatura, il viaggiatore sprofonda nel suo viaggio, il controllore soggiace al controllo da lui stesso organizzato e diretto. Incroci, scambi, chiasmi, reciprocità sono frequenti e spesso il racconto si ripiega su di sé come in un’immagine di Escher. Già il titolo allude all’assenza di linearità: è un gioco di viluppi circolari, di rispecchiamenti, di azioni e reazioni talmente simultanee da lasciarci confusi sui legami di causa e effetto. In varie occasioni troviamo competizioni accese che sfociano in epiloghi grotteschi o tragicomici; succede ad esempio in Argilla, dove la gara tra alcuni rabbini e i golem a cui danno vita esce decisamente dai confini della semplice sfida, oppure in Boletus edulis, dove va in scena la rivalità fra due bonari preti di paese appassionati di funghi.
 
In molte di queste prose si realizza l’irruzione inquietante, spiazzante, ma anche divertente, del fantastico. Alcune sono ambientate in luoghi speciali quali catacombe, atolli minuscoli e spersi, luoghi mitici, inaccessibili o di cui non si può parlare, luoghi in cui non vige la logica o vige una logica così stringente da portare all’assurdo. Ma anche laddove gli spazi sono familiari, basta aprire una porta (Con gli occhi chiusi) o leggere i temi dati per compito da un improvvido docente (Tema in III C) perché il surreale, l’onirico, l’ingrediente orrorifico si insinui nella trama del quotidiano. È così anche nel bel racconto che apre la raccolta, Strada Provinciale 921, dove un ameno itinerario tra piccoli borghi inerpicati su colline grondanti storia e noia, si trasforma in un viaggio angosciante e spaesante tra specialità culinarie sempre più improbabili, sagre sempre più lugubri e leggende sempre più feroci. Molto bello anche lo scambio tra padre e figlio che ha luogo in Il buio.
In questo mondo dai confini permeabili, ci sono parole capaci di offrire protezione magica, come ben ci spiega il paziente psichiatrico in Scioncaccium; ci sono oggetti magici, come nella più classica delle fiabe, in questo caso delle scarpette di tela che paiono determinare ciò che accade alla loro proprietaria; e c’è una lingua misteriosa e accattivante, che ha il potere di salvare dalla bocciatura uno studente universitario poco preparato.
 
Mari si cimenta con forme e contenuti molto diversi: il racconto classico e lo scambio epistolare, il monologo e il dialogo puro, la raccolta di citazioni, l’elenco, l’aforisma colto e giocoso. Più volte ritroviamo i temi, lo stile e lo spirito di Gadda, ma Mari si diverte anche a riscrivere Boccaccio: riprende una novella, la ripropone in una lingua che imita l’originale e intanto la trasforma radicalmente, facendola virare, ancora una volta, verso il fantastico e il macabro.
Tutto il libro è all’insegna del gioco paradossale, del gusto per l’assurdo, dello sguardo beffardo. Lo vediamo all’opera anche laddove si applicano categorie aristoteliche e scolastiche ai sentimenti di un bambino, si fanno riecheggiare le strofe di una canzone contemporanea in brani di romanzi celebri o si ascolta un venditore di formaggi decantare a un giovane Mozart le qualità dei suoi prodotti ricorrendo alla musicologia.
 
Ennesima dimostrazione della versatilità e poliedricità di Michele Mari, questa raccolta è impregnata di arguzia e rivela una grandissima capacità di lavorare con le risorse della lingua.
 
 
Francesca