Oltre 66'000. 
Tanti sono i libri in lingua italiana pubblicati nel 2017. Numeri analoghi nel 2016 e nel 2015.Un mare di titoli in cui tuffarsi con piacere.
Ma la scelta è spesso ardua: come orientarsi in questo vasto orizzonte?
I librai sono grandi lettori e dedicano molto del loro (poco) tempo libero alla lettura.
Abbiamo allora pensato di mettere a disposizione anche online il parere di una di noi sulle sue letture della settimana: potrebbe venire utile come segnalazione o suggerimento.
Le recensioni saranno a volte di libri nuovi o nuovissimi, altre di testi classici o di qualche tempo fa, a volte saranno di romanzi, altre di racconti, altre ancora di saggi.

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Valeria Parrella, Almarina, Einaudi, 2019

Ciò che più colpisce in questo romanzo, classificatosi terzo all’ultima edizione del Premio Strega, è la scrittura: frastagliata, spezzettata, discontinua, ricca di immagini, costruita ed espressiva, ricercata in certi punti, cadenzata sul dialetto in altri, tutta dedita a cogliere gesti, sensazioni e impressioni, muovendosi tra passato e presente, scrutando ora nell’animo della sua protagonista, ora nel mondo in cui lei vive. È una scrittura piacevole e sapiente, ma a volte è come un filtro che si frappone tra noi e la storia narrata e che, invece di esaltarne i contenuti, sembra comprimerli. Bisogna dunque farci l’orecchio, per cogliere a pieno, tra le pieghe del linguaggio, ciò che ha da dire su solitudine e sofferenza, speranza e rinascita, amore e legami salvifici, ma anche sul dovere di offrire un futuro diverso a chi è svantaggiato dalla sorte e dalla mancanza di alternative.

Protagonista, nonché voce narrante, è Elisabetta, una donna cinquantenne, vedova, napoletana - e non è un dettaglio, perché la città è un vero e proprio personaggio, vivo, luminoso, accogliente e multiforme. Elisabetta è professoressa di matematica nel carcere minorile di Nisida. Ogni mattina vi si reca in macchina, si ferma alla sbarra, declina le proprie generalità e percorre il tratto fino al carcere vero e proprio, poi deposita la borsa ed entra. Nella borsa lascia la stanchezza, le amarezze, il dolore immenso per la morte improvvisa e precoce dell’amatissimo marito, il suo sentirsi ferita, sola, sconfortata e senza la gioia di un figlio, dopo un matrimonio fatto tardi per molti motivi, non da ultimo la precarietà lavorativa. I suoi crucci li ritroverà all’uscita, a esigere di nuovo attenzione, a toglierle il sonno e le energie. Ma, mentre è lì, insegna con impegno a ragazzi e ragazze colpevoli di crimini, a volte gravi o gravissimi, che i professori si dicono in “racconti sussurrati … mentre si scalda il caffè sul fornellino elettrico. E quando la collega di lettere ce li dice, noi ascoltiamo e ci guardiamo senza pena né rabbia né disappunto né orrore né solidarietà né per le vittime né per i carnefici. Noi prendiamo questi faldoni e li riponiamo nel più remoto archivio della memoria e dopo nascondiamo la chiave. La nostra speranza, credo, è che quel giorno, ora lontano, in cui avranno scontato tutta la pena, tornerà loro nelle mani questa chiave, e dagli archivi spalancati voleranno fogli bianchi senza più inchiostro sopra, immacolati, come il bucato steso alle terrazze”. Non sono ragazzi facili, ma tutti a Nisida, guardie, educatori e volontari, tengono a loro e, sebbene consapevoli che spesso non servirà, si ingegnano a formarli al rispetto di sé e degli altri, a un modo diverso di vivere.

Un giorno in classe si presenta una ragazza nuova, Almarina, condannata per un reato minore. Ha 16 anni, è rumena e viene da un passato di violenze e abusi. È scappata da casa insieme al fratellino piccolo e, dopo un viaggio terribile sulla rotta balcanica, è arrivata in Italia, dove è stata separata dal fratello e messa in comunità. Almarina si fida di Elisabetta ed Elisabetta ne viene subito conquistata, le si affeziona in un modo speciale e si adopera per offrirle una vita diversa. Le sembra che questa ragazza possa farcela, vuole che abbia la sua occasione. E mentre Elisabetta si dedica a risvegliare in lei l’intelligenza, Almarina, con la forza dell’adolescenza, la toglie dal pozzo della solitudine e dei rimpianti, dalla sua “vita agra e solitaria” e le regala, a sua volta, una visione del futuro.

Il racconto si muove tra la vita interiore della protagonista e la sua attività al carcere, con i ragazzi e i colleghi, ed è interessante questa unione tra uno sguardo introspettivo e uno in senso lato politico. Eppure, anche tenendo conto della brevità del testo, io avrei desiderato che si scendesse più a fondo e si dicesse di più: sul percorso di uscita dal lutto, sulla capacità di creare di nuovo una relazione significativa, questa volta di tipo materno, sulla dinamica della fiducia, sul rapporto tra adulti e adolescenti, ma anche sui temi sociali a cui accenna - l’emigrazione disperata, la delinquenza, le scelte di vita quasi obbligate di chi è nato in certi ambienti, la necessità di prendersi cura dei più deboli da parte di uno Stato che non è solo punizione e burocrazia, ma espressione dell’uguaglianza tra gli individui. I personaggi hanno poco spessore e la stessa Almarina è più una presenza utile all’evoluzione della protagonista che una figura concreta; lo stile prende spesso il sopravvento e distrae. Ma l’abilità di Parrella è indubbia e il romanzo si legge con piacere.

Per qualche settimana mi prendo una pausa dalle recensioni. Tornerò con le mie proposte dopo la metà di agosto. 
Auguro a tutti un'estate serena e con tante belle letture.

Francesca