Oltre 66'000. 
Tanti sono i libri in lingua italiana pubblicati nel 2017. Numeri analoghi nel 2016 e nel 2015.Un mare di titoli in cui tuffarsi con piacere.
Ma la scelta è spesso ardua: come orientarsi in questo vasto orizzonte?
I librai sono grandi lettori e dedicano molto del loro (poco) tempo libero alla lettura.
Abbiamo allora pensato di mettere a disposizione anche online il parere di una di noi sulle sue letture della settimana: potrebbe venire utile come segnalazione o suggerimento.
Le recensioni saranno a volte di libri nuovi o nuovissimi, altre di testi classici o di qualche tempo fa, a volte saranno di romanzi, altre di racconti, altre ancora di saggi.

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Yasmina Reza, Babilonia, Adelphi, 2017 e Bella figura, Adelphi, 2019
 
Elisabeth ha 62 anni, portati con un certo stupore (“Una ragazza ne combina di tutti i colori, scorrazza nella vita sui tacchi e tutta imbellettata e all’improvviso si mette ad avere sessant’anni”), è benestante, sposata da tempo con un uomo allegro e di buon carattere, a cui la lega una relazione affettuosa e rassicurante e ha un figlio ormai adulto. Jean-Lino è un suo coetaneo, non di bell’aspetto, è impiegato nel settore degli elettrodomestici e convive con una terapeuta new age vistosa ed estroversa, nonna di un bambino che lui ama teneramente senza essere ricambiato.
Elisabeth e Jean-Lino abitano nello stesso palazzo nei dintorni di Parigi e finiscono per diventare amici. La loro è quell’amicizia senza vera intimità che a volte nasce fra estranei, quando si sentono liberi di confidarsi cose che agli altri non direbbero mai. È un’amicizia nata sulle scale del condominio, nutrita da ciò che li accomuna: un’infanzia difficile e un certo senso di solitudine, una vaga tristezza di fondo, una sottile infelicità che non si può dichiarare per non sembrare ingrati.
Elisabeth è la voce narrante. Ci parla in modo asciutto e lucido, consapevole della sua insoddisfazione e dei suoi privilegi. Ci descrive le sue fotografie preferite, soprattutto quelle di Robert Frank, che diventano uno strumento espressivo efficace e perfettamente integrato nella narrazione, e intanto guarda Jean-Lino, quest’uomo schivo, mite, terribilmente solo, che si concede, come unico punto di luce nella frustrante routine, le scommesse alle corse di cavalli.
Capiamo presto che una tragedia incombe e che forse non capiremo mai fino in fondo che cosa l’ha scatenata. Forse soltanto la fatica di vivere. E non capiremo forse mai fino in fondo che cosa spinge Elisabeth a farsi coinvolgere in qualcosa di terribilmente rischioso con un uomo che non le è neppure così vicino. Forse non è che il bisogno di concedersi un momento di rottura con la quotidianità, la tentazione di “addentrarsi nel fitto della notte”, di compiere un “salto nell’ignoto”, forse il disorientamento di fronte alla vita, che sembra ordinata e invece è caotica, che sembra a disposizione e invece sfugge tra le dita; di sicuro c’è l’affetto e la “pena infinita” per un uomo infelice che sente simile a lei.
È interessante questa inesplicabilità di fondo. Disattende l’aspettativa che la voce narrante sappia tutto e faccia capire tutto al lettore. Ma si può davvero bandire l’irrazionalità dalle proprie vite e dai propri comportamenti, anche se si è maturi e apparentemente posati? Ciascuno ospita una parte di imprevedibile e bastano gesti, parole, circostanze futili o casuali perché essa d’un tratto si manifesti. 
Elisabeth ci racconta ciò che avviene, ci convince della sua plausibilità, ci fa partecipi del suo amaro stupore per lo scorrere del tempo e per la fugacità della nostra permanenza nel mondo, a cui non è semplice trovare un senso; in compenso, si astiene completamente dai giudizi morali, da ogni riflessione sul valore e le conseguenze delle azioni compiute da lei o da Jean-Lino.
 
Non c’è solo malinconia in questo romanzo, anzi, ci sono pagine brillanti e piene di carattere. Reza, scrittrice e drammaturga francese alla cui notorietà ha contribuito Polanski con il suo film Carnage, tratto proprio dal suo Il dio del massacro, ha in effetti una capacità incomparabile nello svelare che cosa si nasconde dietro le dinamiche di coppia e dietro la sottile patina di buone maniere, di regole e piccoli riti che presiedono alle interazioni sociali. In Babilonia ne abbiamo un esempio nella descrizione della festa da cui parte tutto, un incontro sociale organizzato da Elisabeth a casa sua per rinsaldare i legami con amici e conoscenti.
 
A un certo punto, Elisabeth constata che ogni tentativo di fare bella figura sottintende l’assenza di bellezza naturale. E Bella figura è proprio il titolo dell’ultima, recentissima pubblicazione della Reza, che non posso non segnalare brevemente. Si tratta di una pièce di teatro (seguibilissima anche senza la rappresentazione scenica, che pure dà maggiore pienezza alle parole e ai dialoghi), dove le relazioni tra i personaggi si lacerano costantemente, lasciando affiorare l’abisso di rabbia, di cattiveria, di cinismo ed egocentrismo che appartiene alla natura umana. I toni sono quelli della tragicommedia, dove il divertimento nasce dai comportamenti apparentemente illogici dei personaggi o dai loro goffi tentativi di salvare la situazione, mentre la tensione tragica si deve all’irrompere, nel dialogo, della ferocia, del risentimento, della rivalità, di un’aggressione verbale che arriva inattesa, sproporzionata rispetto a ciò che l’ha scatenata. Eppure, dopo, si riesce a far finta che non sia successo nulla, i legami si rinsaldano, gli strappi si ricuciono, come non ci fossero mai stati. E si può ricominciare.
 
Francesca