Oltre 66'000. 
Tanti sono i libri in lingua italiana pubblicati nel 2017. Numeri analoghi nel 2016 e nel 2015.Un mare di titoli in cui tuffarsi con piacere.
Ma la scelta è spesso ardua: come orientarsi in questo vasto orizzonte?
I librai sono grandi lettori e dedicano molto del loro (poco) tempo libero alla lettura.
Abbiamo allora pensato di mettere a disposizione anche online il parere di una di noi sulle sue letture della settimana: potrebbe venire utile come segnalazione o suggerimento.
Le recensioni saranno a volte di libri nuovi o nuovissimi, altre di testi classici o di qualche tempo fa, a volte saranno di romanzi, altre di racconti, altre ancora di saggi.

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Damon Galgut, La promessa, E/O, 2021
 

Vincitore del Booker Prize 2021, questo bel romanzo dello scrittore sudafricano Galgut sorprende per la quantità di temi, di articolazioni e di tonalità, da quella ironica a quella drammatica, molto ben modulate e molto ben amalgamate. La scrittura è di qualità, arguta nel rendere il gioco familiare delle parti, sottile nel mostrare il contesto sociale e la sua evoluzione con piccoli tocchi altamente efficaci. Notevole è soprattutto la voce narrante, una terza persona che cambia posizione e prospettiva, ora si fa del tutto esterna, ora scende tra i personaggi, ora si avvicina a un personaggio fino a coincidere con la sua voce interiore, e se a tratti la sentiamo onnisciente, in altri ci confessa i suoi limiti. Avvalendosi di un’ampia gamma di strumenti narrativi, Galgut dà forma a una prosa fluida, mai sovraccarica e mai artificiosa, dotata di un timbro originale.
 
La promessa è sostanzialmente la storia di una famiglia, la famiglia afrikaner e bianca degli Swart, e della loro fattoria, una grande villa senza stile circondata da un vasto terreno sassoso a poca distanza da Pretoria.
Il perno attorno a cui ruota l’intera narrazione è una promessa, appunto: gravemente ammalata e ormai in punto di morte, Rachel Swart fa promettere al marito Manie che donerà alla loro domestica nera, Salome, la casupola storta e malandata in cui da sempre le è permesso vivere insieme al figlio Lukas. È il suo modo per ringraziare la donna, invisibile a tutti ma che si occupa di tutto, ha cresciuto i suoi tre figli e l’ha curata durante la malattia. Ma nessuno, o quasi nessuno, in questa famiglia vuole che la promessa sia mantenuta, a cominciare dallo stesso Manie, che finge di non ricordarla - o forse non la ricorda davvero. D’altronde sta soffrendo molto e inoltre fatica ad accettare che, negli ultimi tempi, la moglie si fosse riavvicinata alla sua originaria fede ebraica, voltando le spalle alla chiesa riformata olandese di cui lui è invece membro devoto, al punto da essere succube di un pastore semicieco, opportunista e avido.
L’unica a chiedere con insistenza conto della promessa è Amor, la più piccola degli Swart, appena ragazzina quando la madre muore. Amor era presente quando la richiesta è stata espressa e per tutti gli anni a venire cercherà vanamente di farla rispettare ai parenti, che reagiscono con indifferenza o indignazione, mentre Salome tace.
 
Il funerale di Rachel è il primo dei quattro che scandiscono il romanzo, ciascuno a una decina di anni dall’altro, a partire dal 1986 e per i 31 anni successivi. Intanto il Sudafrica si trasforma, l’Apartheid finisce e si inaugura il governo di Mandela, poi arrivano altri Presidenti, la società cambia, si riempie di speranze e delusioni, di nuove ansie e rancori, di nuove divisioni, disuguaglianze economiche, ingiustizie sociali.
Ogni volta che un membro della famiglia muore, sempre in modo violento, i parenti tornano a riunirsi nella fattoria, ogni volta meno numerosi, ogni volta più distanti tra loro, il padre senza quasi rapporti con i tre figli e questi ciascuno per la sua strada, estranei gli uni agli altri. Anton, il figlio maggiore, lo incontriamo a inizio romanzo sconvolto dal rimorso per aver ucciso una manifestante nera durante il servizio militare e lo ritroviamo nel tempo ancora più tormentato, irrequieto, insoddisfatto, infiacchito dall’impressione di non realizzare le sue potenzialità, sempre più infelice, alcolizzato e indebitato. La figlia di mezzo, Astrid, egoista, vanesia e bulimica, è anch’essa inappagata, smaniosa di ricchezza e approvazione. Infine Amor, timida, sensibile, gentile e silenziosa, marchiata dal fulmine che la colpì quando aveva 6 anni e considerata da tutti strana. Amor è la coscienza morale della famiglia, paladina debole ma ostinata della giustizia. Appena può, cambia città e interrompe i contatti, svicola, ignora la sua parte di eredità e si dedica alla cura dei malati. Ritorna solo in occasione dei funerali e, mentre tutti la guardano sospettosi, ricorda ai sopravvissuti che è ora di onorare l’impegno; intanto Salome invecchia, comincia a sognare di lasciare la casa, sente suo figlio gonfiarsi di frustrazione per le aspettative disattese.
 
I grumi di sentimenti e risentimenti, i moti dell’animo, i malesseri, le paure, le ambizioni, le meschinità, le ottusità, i sensi di colpa sono restituiti in tutte le loro sfumature; i caratteri e le relazioni sono dispiegati in modo intelligente e profondo. Le immagini che costellano queste pagine, l’apparizione di animali, la fattoria, la progressiva rovina della villa padronale, la promessa non mantenuta di dare la casa a chi l’ha sempre abitata sono così ben costruite da riuscire a riverberare significati diversi; le dinamiche psicologiche, le divisioni laceranti e i percorsi esistenziali dei protagonisti si fanno metafora della storia recente del Sudafrica, delle sue trasformazioni, speranze e delusioni.
 

 
Francesca