Oltre 66'000. 
Tanti sono i libri in lingua italiana pubblicati nel 2017. Numeri analoghi nel 2016 e nel 2015.Un mare di titoli in cui tuffarsi con piacere.
Ma la scelta è spesso ardua: come orientarsi in questo vasto orizzonte?
I librai sono grandi lettori e dedicano molto del loro (poco) tempo libero alla lettura.
Abbiamo allora pensato di mettere a disposizione anche online il parere di una di noi sulle sue letture della settimana: potrebbe venire utile come segnalazione o suggerimento.
Le recensioni saranno a volte di libri nuovi o nuovissimi, altre di testi classici o di qualche tempo fa, a volte saranno di romanzi, altre di racconti, altre ancora di saggi.

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Willa Cather, Il mio mortale nemico, Adelphi, 2006
 
Un romanzo breve, a malapena un’ottantina di pagine, che si legge in poco tempo e rimane come un piccolo gioiello. La scrittrice statunitense Willa Cather lo pubblicò nel 1926, ma il testo non patisce l’usura del tempo; la sua modernità è garantita non solo dalla scrittura, che è elegante ed essenziale, pulita ed espressiva (bella la traduzione di Monica Pareschi), ma anche dalla natura dello sguardo gettato sul mito dell’amore romantico, dell’amore che vince su tutto e dura per sempre.
È un libro amaro, che non nega la realtà dell’amore, ma ne rivela la complessità, i risvolti, le ambiguità. Lascia intravedere un fondo oscuro e insondabile.
Mi sembra che questa visione così intensa, così ricca di sfumature e di ombre debba molto alla scelta di affidare il racconto non a uno dei due coniugi protagonisti del romanzo, bensì a una testimone esterna. La narratrice è infatti Nellie, una giovane donna a cui capita di frequentare Myra Henshawe e suo marito Oswald in due momenti diversi della sua e della loro vita. Nellie è intelligente e intuisce subito le crepe dietro la facciata scintillante, ma non può mai cogliere a pieno la tortuosità del rapporto tra marito e moglie.
 
È Myra il vero fulcro del romanzo. Rimasta orfana da bambina, viene accolta da uno zio tanto ricco quanto cocciuto e cresce nel lusso fino a quando non compare Oswald. Per dissuaderla dal matrimonio con questo uomo che non stima, lo zio minaccia di diseredarla, ma invano: portando con sé solo i vestiti che indossa, la giovane e bella Myra lascia per sempre la grande villa in cui è diventata grande e sposa Oswald. Per amore suo rinuncia a una fortuna e su questo sacrificio nasce un’unione che dovrebbe essere destinata alla massima felicità. “Ma poi, sono stati felici?” (…) “Felici? Ma sì! Come lo sono in tanti”.
 
Molto tempo dopo questo matrimonio di cui tutti ancora parlano, Nellie conosce Myra a New York e soggiorna da lei per una breve vacanza. La donna ha ormai una quarantina d’anni e, grazie al lavoro di Oswald, è tornata a vivere agiatamente. Nellie è invece una ragazzina di appena 15 anni e resta affascinata da questa signora elegante e generosa, superba e altera, risoluta e brillante. Intuisce in lei una rabbia trattenuta, a mala pena percepibile sotto le buone maniere. È un’energia un po’ maligna che alimenta il suo sarcasmo e innerva i piccoli, frequenti atti di crudeltà verso il marito.
Oswald, invece, le appare devoto e paziente, pronto a viziarla e assecondarla, eppure anche in lui coglie una duplicità, un’ambivalenza più sommessa ma altrettanto tenace: “Ebbi la sensazione che la sua vita non gli somigliasse; che avesse in sé, assopite, una sorta di audacia e di forza che in un mondo diverso avrebbero potuto affermarsi brillantemente”. Quando, una sera, Nellie li vede dalla strada mentre sono affacciati alla finestra, lui immobile, lei come “una colomba con le ali ripiegate”, capisce che “sarebbe stato meglio non immischiarsi”.
 
La qualità paradossale di questo legame d’amore si rivela a pieno dieci anni più tardi, quando Nellie incontra di nuovo la coppia, per caso e in un contesto molto diverso. Tutti e tre sono caduti in miseria e sono costretti a vivere in una squallida pensione di una non meglio definita città dell’Ovest. Dei fasti di un tempo non sopravvive più nulla. E neanche del sentimento di Myra per Oswald, che pure la accudisce teneramente. Malata e infelice, assediata da una mediocrità per lei insopportabile, incarnata nei vicini di stanza volgari e rumorosi, Myra confida a Nellie la sua delusione e il suo rammarico, i rimpianti per ciò a cui ha rinunciato, la sensazione di avere sprecato la vita non solo in nome di un sentimento e di una passione che promettevano di essere più grandi di come sono stati davvero, ma, forse ancora di più, in nome di un’immagine di sé stessa che, adesso è chiaro, non corrisponde alla verità; perché “quello che siamo ce l’abbiamo nel sangue, è dentro di noi, in attesa”. E quando la nostra vera natura finalmente si rivela, colui che amiamo può trasformarsi nel nostro carceriere. Nel nostro peggior nemico.
 


Francesca