Oltre 66'000. 
Tanti sono i libri in lingua italiana pubblicati nel 2017. Numeri analoghi nel 2016 e nel 2015.Un mare di titoli in cui tuffarsi con piacere.
Ma la scelta è spesso ardua: come orientarsi in questo vasto orizzonte?
I librai sono grandi lettori e dedicano molto del loro (poco) tempo libero alla lettura.
Abbiamo allora pensato di mettere a disposizione anche online il parere di una di noi sulle sue letture della settimana: potrebbe venire utile come segnalazione o suggerimento.
Le recensioni saranno a volte di libri nuovi o nuovissimi, altre di testi classici o di qualche tempo fa, a volte saranno di romanzi, altre di racconti, altre ancora di saggi.

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Megha Majumdar, Un incendio, Frassinelli, 2021
 
Jivan è una giovane donna indiana cresciuta nella miseria degli slums. Abita in una baracca insieme al padre invalido e alla madre che sostenta la famiglia con un minuscolo commercio. Il suo unico obiettivo è uscire da questa condizione di estrema precarietà e accedere alla classe media, passare finalmente “da mangiatrice di cavolo” a “mangiatrice di pollo”. Ed è convinta di farcela, grazie al diploma di scuola superiore ottenuto con una borsa di studio e grazie alla conoscenza dell’inglese, “la lingua del progresso”. Ora ha un lavoro di commessa in un grande negozio di vestiti e uno stipendio guadagnato con turni lunghi e faticosi.
Un giorno, mentre si trova nella stazione ferroviaria adiacente allo slum, un feroce attacco terroristico causa la morte di oltre cento persone, passeggeri inermi su un treno in sosta. Poche ore dopo, sul cellulare comprato con i primi soldi, Jivan legge i commenti sui social e ne scrive a sua volta. Prima uno, poi, delusa dai pochi like, un altro, pesantemente critico nei confronti della polizia. La reazione arriva fulminea e questa ragazza senza interessi politici, senza altro ideale che mutare in meglio la sua condizione, viene arrestata con un’accusa gravissima: complicità con i terroristi, sedizione e crimini contro la nazione.
Presto veniamo a sapere che a suo carico, oltre al post, ci sono altri elementi, tra cui la sua presenza in stazione al momento dell’attentato, notata da molti per l’atteggiamento spavaldo, con una sigaretta accesa tra le dita e un pacco misterioso in braccio. Libri, dice lei; esplosivi, dice la polizia. A suo sfavore pesa non da ultimo, l’appartenenza alla minoranza musulmana in un paese a maggioranza induista. Sopraffatta da un procedimento penale che la priva del diritto di parlare e di spiegarsi, additata come colpevole da un’opinione pubblica che reclama vendetta e da politici che cavalcano lo sdegno popolare, la sorte di Jivan è appesa a un filo.
 
Il romanzo alterna la voce  di Jivan a quella di altri due personaggi, collegati a lei in modi diversi: Lovely, una transessuale che vive di elemosine e a cui Jivan insegna gratuitamente l’inglese proprio su quei libri che forse aveva con sé il giorno fatidico, e PT, insegnante di ginnastica nella scuola femminile frequentata anni prima da Jivan.
Lovely, abituata alle umiliazioni e al disprezzo, coltiva il sogno di diventare un’attrice famosa e frequenta con profitto lezioni di recitazione. PT, docente di una materia di secondo piano, unico uomo in un istituto di sole donne, interpellato solo per piccole questioni pratiche, aspira a ben altro ruolo. Desidera fare carriera, ricevere considerazione e lusinghe, magari anche benefici economici. Quando il caso lo porta nei paraggi di un’importante personalità politica, ne approfitta per farsi notare.
 
Opera prima di una giovane scrittrice, Un incendio è un romanzo riuscito, teso e drammatico che, con una prosa semplice e diretta, offre un ritratto duro della società, indiana in particolare, ma non solo, perché le dinamiche individuate non le sono esclusive. Una società spaccata da contrapposizioni, a cominciare da quella tra musulmani e induisti, fomentata ad arte da partiti populisti; qui, infatti, la religione non è tanto questione di fede, quanto criterio che marca l’appartenenza o l’esclusione. Altrettanto netta è la divisione tra classi sociali: un abisso divide la classe media da chi vive di elemosina, beneficienza, lavori a giornata o modestissime attività impenditoriali; un altro separa la classe media dal ceto dei privilegiati. Clamoroso è poi il divario tra coloro che detengono il potere e la massa delle persone comuni, esposte a una burocrazia indifferente, a istituzioni negligenti, a profittatori senza scrupoli, costrette a chiedere come un favore ciò che spetterebbe loro di diritto. E più si è in basso, meno si ha da contrapporre all’arbitrio, all’arroganza e alle usurpazioni.
In un contesto così corrotto e spietato, chi aspira a una vita migliore, a una crescita economica, sociale o professionale non può contare né sul lavoro né sull’istruzione, né sull’impegno né sul talento; deve invece scegliere di agire con bieco e caparbio egoismo. Per ottenere vantaggi personali occorre mentire, tradire e calpestare gli altri, ignorare il bene e la giustizia. 
Jivan si è illusa di poter progredire con le sue sole forze. Ed è forse questa la sua colpa più grave: aver creduto che una ragazza come lei, marginale, povera, parte di una minoranza, potesse stare a testa alta e guardare gli altri dritto negli occhi, sentendosi libera e indipendente, anche se solo per qualche minuto.
 
Francesca